«Salvatore sentiva, ma nessuno lo capiva»

Riguardo all’eutanasia vi faccio leggere un articolo di qualche mesetto fa, ma se cercate su internet ce ne sono a centinai di casi simili a questo.
Mai, mai perdere la speranza.

La testimonianza di Pietro Crisafulli: suo fratello è rimasto in coma per oltre due anni Per i sanitari non sentiva più nulla invece, quando si è risvegliato ha rivelato di avere sempre compreso ogni cosa

Salvatore Crisafulli è tornato a soffrire alla notizia del decreto della Corte d’Appello di Milano che permette di interrompere ali­mentazione e idratazione a Eluana Englaro.
Sente ancora vivo il ricor­do di quando lui stesso si trovava in stato vegetativo e nessun medico voleva credere che si sarebbe ripre­so: «Lo davano per spacciato – rac­conta il fratello Pietro – ma noi fa­miliari vedevamo che piangeva, a­vevamo il sospetto che potesse ca­pire, ma venivamo regolarmente ca­tegoricamente disillusi dai medici.
Ma quando si è svegliato, Salvatore ha potuto rivelare che sentiva tutto, e che poteva solo piangere per farsi capire».
Il caso di Salvatore venne alla ribal­ta mentre il mondo assisteva impo­tente alla vicenda di Terri Schiavo, la donna statunitense in stato vegetativo che nel 2005 fu lasciata morire dopo una serie di ricorsi giudiziari.
«Salvatore conosceva la vicenda per­ché vedeva i notiziari televisivi – continua il fratello Pietro –.
Era in stato vegetativo dal settembre 2003, dopo un incidente stradale quando aveva 38 anni.
E tutti i medici ci di­cevano che non c’era nulla da fare, persino i luminari da cui lo abbiamo fatto visitare (anche all’estero) era­no concordi. Ricordo in particolare un viaggio in Austria, da cui eviden­temente Salvatore si attendeva mol­to: quando il professore stabilì che non avrebbe avuto più di 3-4 anni di vita, non solo pianse, ma cominciò a star male, gli venne la febbre».
Tuttavia passata l’emozione del ca­so Terri, i riflettori tornarono a spe­gnersi. «Non ce la facevamo più a reggere l’angoscia e la solitudine in cui come famiglia eravamo abban­donati – racconta ancora Pietro Cri­safulli –.
Fu allora che per protesta­re dissi che gli avrei “staccato la spi­na” se non avessimo trovato aiuto.
Sono parole di cui poi mi sono pen­tito, ma per capire bisogna cono­scere il grado di disperazione cui possono giungere i familiari di que­ste persone » .
Tuttavia qualcosa si mosse: «L’allora ministro della Sa­lute Francesco Storace si attivò e tro­vammo un ricovero in una struttu­ra attrezzata per una vera riabilita­zione.
E per tre mesi Salvatore ot­tenne quell’assitenza che nessuno gli aveva mai dato prima: lì col tem­po hanno capito che era cosciente e nell’ottobre è uscito dal coma».
Iniziava un nuovo percorso, aperto alla speranza anche se ancora diffi­coltoso: «Per i primi 18 mesi l’assi­stenza è stata buona, poi è andata scemando, tra intoppi burocratici e carenze di fondi.
Ma Salvatore con­tinua a migliorare: ora muove an­che le spalle e le dita dei piedi. E so­prattutto può comunicare».
Al mat­tino, quando è più fresco, «riesce a parlare con la sua voce.
Nel pome­riggio, di solito, utilizza due diffe­renti sistemi elettronici per tra­smetterci il suo pensiero. Adesso per esempio sta scrivendo un comuni­cato proprio sul caso di Eluana».
Un caso che non può non colpire chi è passato attraverso un percorso a­nalogo: «Parlando di Terri Schiavo, Salvatore ci ha detto che si rendeva conto di essere in una situazione si­mile ».
Ora Salvatore «ha una voglia di vi­vere incredibile, ha fiducia di poter migliorare ancora – aggiunge Pietro Crisafulli –.
Stiamo preparando un viaggio in Florida, perché abbiamo saputo che c’è una terapia iperbari­ca che potrebbe fargli recuperare un 30% delle sue capacità.
Dobbiamo sempre avere fiducia nelle possibi­lità della scienza medica nel futu­ro ».
Dalla vicenda del fratello, Pietro Crisafulli ha ormai tratto molta e­sperienza: «Conosco 837 casi di per­sone in stato vegetativo, credo di po­ter affermare che almeno 350 di questi sono in grado di capire quel che succede loro intorno ma non riescono a comunicare in alcun mo­do.
Proprio oggi (ieri, ndr) so che un uomo di 36 anni, in stato vegetativo dopo un incidente stradale da nove anni, si è svegliato e ha mosso le di­ta per scrivere.
È fuori di dubbio che la ripresa di questi malati è lunga e incerta, ma la speranza non va mai abbandonata. E le famiglie vorreb­bero che la politica non fosse orien­tata verso una cultura di morte, ma a garantire i sostegni cui le persone disabili gravi hanno diritto».

© Copyright Avvenire, 11 luglio 2008

Tratto da paparatzinger-blograffaella.blogspot.com

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3 Commenti a “«Salvatore sentiva, ma nessuno lo capiva»”

  1. Alee scrive:

    Casi come questo insegnano (o dovrebbero insegnare) che l’uomo non ha il pieno controllo della vita, propria e degli altri.
    E’ proprio il caso di dirlo..anche nelle difficoltà peggiori, mai, mai perdere la speranza e soprattutto la fede.

  2. Brandy scrive:

    L’uomo crede di avere il controllo su tutto, di avere l’autorità sulla propria vita e su quella degli altri. Crede di sapere quando comincia e quando termina una vita, quando è possibile considerarla ancora tale. Ma non riesce a capire che la vita è un dono sacro, che va rispettato e tutelato, dal primo secondo all’ultimo.

  3. giovo scrive:

    Perchè ancora tante persone credono che la malattia di una persona in fin di vita sia il pretesto per farla morire? perchè ancora tanti credono che togliere la vita sia un loro diritto? perchè si crede ancora che le persone malate non hanno il diritto di sperare in una guargione?
    Sono domande a cui anche noi dovremmo rispondere e avere il coraggio di testimoniare che la speranza è il sentimento che deve guidare tutta l’esistenza

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