
Esiste in Italia una particolare categoria di persone soggetta a discriminazione.
Persone che vorrebbero essere riconosciute per quello che sono.
Sono una minoranza, vivono controcorrente, secondo uno stile pubblicamente misconosciuto.
Non si danno per vinti anche di fronte a una società che trascura i loro diritti.
No, non sto parlando del popolo del Gay Pride. Mi riferisco a quei giovani che, nonostante tutto, continuano a sposarsi, a mettere su famiglia, a fare figli. Pagano le tasse come i single, anche se hanno figli a carico.
Pagano affitti aumentati del 60% rispetto a 5 anni fa, e acquistano case a tre volte il prezzo, mentre in 20 anni il reddito è solo raddoppiato.
Il 21% ha un lavoro precario e solo un quarto ha la fortuna di vedere il proprio contratto trasformarsi in indeterminato.
Due anni fa era il 40%. L’asilo per i figli gli costa in media 290 euro al mese e solo un bambino su tre trova posto.
Gli altri utilizzano babysitter o strutture private con un aggravio delle spese.
Rappresentano solo il 27,9% dei giovani, gli altri in larga parte rimangono a casa coi genitori o vivono da single.
Fanno ciò di cui l’Italia ha bisogno: a causa della bassa natalità oggi ci sono 100 persone “produttive” ogni 70 pensionati.
Contribuiscono ad aumentare il numero di nuovi cittadini ma non solo: alleggeriscono lo Stato dagli oneri assistenziali ed educativi, mantenendo economicamente le generazioni future.
A questi giovani, che si assumono sulle spalle gravosi doveri, non vengono riconosciuti i corrispondenti diritti (solo lo 0,9% del Pil è destinato alle famiglie).
Eppure non gridano, non fanno nessun Pride.
Probabilmente non ne hanno le energie visto che concentrano tutti i loro sforzi per assicurare il nostro futuro.
Bruno Mastroianni, giornalista
Tratto da Metronews.it
