Santiago de Compostela 2006
Il cammino non cambia la vita... ma dice qualcosa
Fare il cammino di Santiago è stato come stare sotto una lente di ingrandimento.
Tutte le cose, belle o brutte, di noi stessi, degli altri, dell'ambiente circostante
si sono manifestate apertamente, con un impatto forte.
La sua bellezza è il senso di pienezza che ti pernea
dopo che hai scelto di vivere appieno un'esperienza come queste, senza sconti o scorciatoie.Chiara

Condensare in un articolo l’esperienza del Cammino di Santiago è impossibile, sopratutto perchè non si riuscirebbe a descrivere le emozioni che questa esperienza trasmette. Per questa ragione ho deciso di raccontare di una sola tappa attraverso la quale far capire a chi non è venuto cosa vuole dire fare il Cammino di Santiago. La scelta, anche in questo caso, non è stata facile, anche perchè ero combattuto, soprattutto, sul racconto di due tappe.
La prima è quella che ci ha portato a Villafranca del Bierzo, la seconda è quella che ci ha portato a O’cebreiro ai confini tra Galizia e Castilla.
Anche se avessi voluto raccontare di Villafranca, dove ho potuto camminare insieme a Chiara Bonotto e con la quale, per affinità di pensiero ed età, ho potuto scambiare opinioni, certezze e ansie per il futuro, ho capito che avrei finito per scrivere un articolo sulla crisi esistenziale dei trentenni di oggi, e non mi sembrava il caso. Così alla fine ho optato per tappa del giorno successivo, cioè quella di O’cebreiro.
I motivi fondamentalmente eraano due, il primo perche eravano giusto a metà del nostro pellegrinaggio, il secondo perchè è stata la tappa in cui ho capito di essere in gruppo di ragazzi con i quali sarei arrivato sicuramente a Santiago de Compostela.

Quello che mi stupisce del cammino è che non ci si può annoiare, in gruppo ma anche in solitudine c'è sempre qualcosa di cui parlare, qalcosa da osservare o semplicemente su cui riflettere! il cammino ti rapisce e mette a nudo i tuoi pensieri, anche quelli più remoti e profondi! Ringrazio i miei compagni di viaggio e spero che tutto questo non vada perduto!
Pimpi
Come ogni giorno il mattino per noi arrivava molto presto. In particolar modo quella mattina.Il giorno prima infatti, rimasti fuori dall’ostello municipale dal momento che non aveva più letti a disposizione, dovemmo cercare un altro ostello che ci potesse ospitare tutti quanti, così fummo costretti dalla sorte a fare molti più chilometri del preventivato per trovare un letto. Comunque alla fine vi eravamo riusciti e chi meglio, chi peggio, tutti avevamo dormito con un tetto sulla testa.
Per non finire allo stesso modo anche il giorno dopo, e sapendo che si trattava della tappa più dura, avevamo deciso di partire di buon ora per poter arrivare all’ostello di O’cebreiro e trovare un letto.
Eravamo stanchi e la cosa si leggeva sui nostri volti fin dal risveglio.
Solitamente al mattino ci si meravigliava che lo zaino pesasse molto meno rispetto alla sera prima, ma quella mattina no.
Non si aveva molta voglia di parlare, si aveva solo voglia di arrivare, trovare un letto e potersi riposare, consapevoli che la sera avremmo festeggiato il nostro metà viaggio. Così si comincia il cammino, ognuno con il suo passo, ognuno con i suoi pensieri.
Dopo circa un paio d’ore ci siamo fermati per la preghiera che come tutte le mattine si faceva insieme.
Poi di nuovo ognuno con il proprio passo.
La tappa per la maggior parte del tragitto si presentava pianeggiante o leggermente in salita, questo lo sapevamo, anche perchè il giorno prima ci eravamo informati da altri pellegrini incontrati in ostello, poi ad un certo punto il sentiero, contrassegnato dalle conchiglie, simbolo del pellegrinaggio, avrebbe abbandonato la statale, e sarebbe incominciata la parte più dura della tappa, la salita.

Il cammino mi ha fatto capire come gran parte delle difficoltà possano essere superate con l'aiuto della preghiera indimenticabile, grazie anche alla presenza di un gruppo che si è dimostrato davvero unito. Grazie a tutti!!!
Cristina
E quest’ultima non sarebbe tardata ad arrivare.
Ci trovavamo in fondo valle ad altezza di circa 400 mt sul livello del mare, mentre la fine della nostra tappa era il passo di O’cebreiro ad una quota di circa 1300 mt sul livello del mare. Un dislivello di quota di circa 900 mt a cui si aggiungevano degli zaini che si facevano sempre più pesanti e il fatto che nelle gambe avevamo già 150 km percorsi.
Comunque nessuno si era perso d’animo e tutti, sempre con il proprio passo, proseguivano. La deviazione che ci faceva abbandonare la statale arriva ben presto così come ben presto arriva la salita. Appena comincia l’ascesa la carovana dei pellegrini di Ferno si allunga sempre più. La salita si fa sempre più dura così come il dolore alle gambe si fa sempre più insistente, ma era bello vedere che quelli che di noi incontravi, di volta in volta, non erano quasi mai soli, ma erano sempre in gruppetti di due, tre, magari anche quattro persone.

Grazie al cammino ho capito che per andare avanti nella vita servono 2 cose fondamentali: fede e forza di volontà. La fede ha fatto si che ogni difficoltà venisse recepita da noi come una sorta di aiuto e, la forza di volontà mi ha portato fino alla tanto sperata meta nonostante il mio continuo pessimismo. Non mi sono arresa anche grazie al sostegno di un gruppo formato da persone completamente diverse l'una dall'altra ma che hanno saputo costruire un'unità che ha reso splendida questa vacanza.
Sharon
Anche se ognuno andava con il proprio ritmo alla fine si scopriva che il proprio passo era il medesimo di qualcun’altro, e così si aveva modo di passare dei chilometri insieme parlando, discutendo, confrontandosi, o magari stando semplicemente in silenzio, ma sempre in compagnia. Purtroppo la salita non ci mollava un attimo e come spesso avviene in montagna, ciò che pensiamo l’agognato arrivo in realtà è solo una tappa intermedia. Così ci è successo a noi, che giunti in cima ad un primo colle, dove si abbarbicava un paesino di poche case e molte stalle, convinti di essere arrivati a O’cebreiro, in realtà eravamo solo nel paese di Laguna, a metà della nostra salita. Così come eravamo euforici prima della scoperta, allo stesso modo, sconfortati alla notizia, abbiamo ripreso il nostro cammino.
Ora il sentiero, che fino a quel momento era stato una strada di montagna asfaltata, si presentava come un vero e proprio sentiero di montagna, pietroso e ancora più ripido. La fatica era tanta, ed era tanto anche il dolore delle fiacche che ti impedivano di camminare bene, o il dolore a qualche tendine che non ti permetteva di poggiare tranquillamente il piede, o un ginocchio o un anca o una caviglia.

Questo pellegrinaggio è stato un'esperienza unica, non è stato solo un'occasione per formare un buon gruppo, ma anche un momento di preghiera, nei quali l'affidarsi al padre ha dato la forza di andare avanti. Sopratutto è stato bellissimocomprendere che eravamo tutti legati da uno stesso obiettivo: arrivare a Santiago.
Durante il cammino ognuno si è trovato davanti alle proprie fatiche, ma con la forza di volontà siamo riusciti a percepire i nostri limiti e a superarli.
Grazie Santiago!Ilaria
Insomma la sofferenza era tanta e la si vedeva bene negli occhi di questi ragazzi, ma tenaci hanno continuato imperterriti a camminare, senza mai perdersi d’animo, incoraggiandosi, scherzando, prendendosi anche in giro pur di sdrammatizzare quello che secondo me era la tappa più dura.
Poi, finalmente, quando ormai eravamo lungo il sentiero, e non si vedevano cime più alte di quella dove eravamo noi, da dove riuscivamo a godere della Castilla, incontriamo una lapide che ci annuncia l’ingresso in Galizia.
Eravamo vicini e infatti di lì a poco, superato un albero di fichi e girato l’angolo, arrivo anche io al passo di O’ cebreiro, stanco ma contento.
Lì trovo molti dei nostri, quacuno era ancora dietro ma da lì a poco sarebbe spuntato da dietro quell’albero.
A quel punto decidiamo di andare all’ostello, chiamato Albergue Municipal, e lì abbiamo posizionato i nostri zaini in fila aspettando che anche gli altri arrivassero e che l’ostello aprisse. Erano circa le 11 del mattino e eravamo in cammino fin dalle 6.
Cinque ore in cui abbiamo camminato, parlato, scherzato, pregato da soli e in compania consapevoli che la vita è come questo cammino, le difficoltà ci sono ma insieme si possono superare. La difficoltà più grossa della tappa purtroppo non si era ancora presentata. Stanchi ma soddisfatti, contenti di essere arrivati aspettavamo fiduciosi che l’ostello avesse aperto.
Alla una del pomeriggio circa l’ostello apre, e molto disciplinatamente ci mettiamo in fila per avere assegnati i letti.
Purtroppo, giunti al registro, decidono di non ospitarci poichè eravamo in quindici e da regolamento si ospitavno gruppi fino ad un massimo di 6 persone. A quel punto, molto gentilmente cerchiamo di insistere ma alla fine veniamo cacciati. Scopro per la prima volta nella mia vita cosa vuole dire essere rifiutato, senza un giusto motivo, lo spazio c’era, eravamo arrivati prima di altri ma ormai non potevamo essere ospitati, poichè così imponeva il regolamento.
La rabbia che provavo in quel momento era tale che per un attimo ho avuto la tentazione di prendere tutto e tornare a casa. Per fortuna qualcuno era comunque riuscito ad entrare facendo finta di essere solo o al massimo in gruppetti di due o tre persone.

Cammino personale e allo stesso tempo di gruppo, di riflessione e di confronto.
E' incredibile come un pellegrinaggio possa essere così tante cose insieme. La solitudine mi ha aiutata a liberare le mente, a far affiorare le domande che avevo dentro mentre la compagnia mi ha fatto incontrare nuovi punti di vista e idee differenti. Nonostante "il passo" diverso di ognuno era bella sentirsi vicini e legati nella preghiera durante il cammino verso la tanto desiderata meta: Santiago!
Un grazie di cuore a tutti quanti, perchè ogni pellegrino mi ha dato tanto (forse inconsapevolmente), anche solo per la presenza o per una parola durante i momenti più impegnativi e difficili...Alessandra
Così alla fine erano entrati in sette mentre altri otto erano rimasti fuori. A qual punto l’unica cosa che rimaneva da fare per noi “rifiutati” era continuare il nostro cammino ma la stanchezza era tanta, le fiacche gridavano vendetta ma sopratutto in me e in qualcun altro il vero nemico da battere era lo sconforto.
Per fortuna la provvidenza, o meglio, il buon Gesù, che già sapeva, ci ha affiancato tre angioletti, i primi due erano Suor Maria e Suor Lorena che ci hanno subito ridato fiducia e forza, il terzo da lì a poco lo avremmo conosciuto. Dopo una riunione per decidere cosa fare, visto che non c’era posto in nessun albergo di O’cebreiro, e visto che comunque non ci si poteva fermare, si è convenuto che quelli che erano rimasti fuori dall’ostello municipale avrebbero continuato il cammino.
C’erano due grossi problemi da affrontare: il primo era dato dal fatto che il primo ostello disponibile era a più di 15 km da O’cebreiro, non si poteva prenotare, e il sentiero era in discesa per i primi chilometri ma poi sarebbe tornato a salire, il secondo era che in molti eravamo stanchi, ancora scossi per il fatto di essere stati cacciati, e con dolori immensi.

Il cammino mi ha insegnato a non arrendermi al dolore, alla fatica e alla paura di non farcela, ma ad andare avanti, passo dopo passo, fino a quando non hai raggiunto il tuo abbiettivo;
perchè quando raggiungi la tua meta sei colmo solamente di un senso di pace, gioia e soddisfazione indicibile.
Inoltre il cammino mi ha donato determinazione e fiducia sia in me che negli altri.Silvia C.
A quel punto abbiamo deciso di chiamare un taxi, non senza tentennamenti, non senza incertezze, sapendo che era qualcosa che avremmo voluto evitare, ma che eravamo in una situazione tanto precaria che stavamo ancora sperando di poter trovare un’ostello che ci potesse ospitare. Anche in questo caso il buon Gesù ha dato segno che da lassù ci vegliava.
Così ci ha mandato il terzo angioletto, che a vederlo non lo sembrava, ma si sa che le vie del Signore sono infinite.
Questo buon Cristiano, alto non più di Suor Maria, con un occhio zifulo e un unghia al mignolo da far invidia a qualche nostro parente meridionale, ci ha trovato un albergo vero e proprio, e non solo per noi otto rimasti fuori, ma anche per gli altri sette che erano riusciti ad entrare ed avevano trovato da dormire solo per terra.

Il cammino non ha dato risposte alle mie domande, ma mi ha aiutato a conoscere me stesso e quindi ha potenziato le mie certezze e indebolito i miei limiti e le mie paure.
Il nostro cammino è stato costituito da momenti individuali che si alternavano continuamente a quelli di gruppo.
Quest'ultimo è stato essenziale, specialmente nei momenti di crisi perchè sapevamo di poter contare l'uno sull'altro; questo ci ha permesso di arrivare alla meta con un grande senso di soddisfazione per aver concluso un'esperienza che non cambierà la nostra vita ma lascerà per sempre un segno nel nostro cuore...Roberto
Così chiamati tutti, ci siamo radunati e un po’ alla volta in taxi siamo arrivati all’albergo.Alla fine qualcuno era deluso dal fatto che prendendo quel taxi forse avevamo mancato o addirittura tradito il pellegrinaggio. Ad essere sincero anch’io all’inizio ero titubante ma poi pensando a ciò che ci era successo mentre giungevo all’albergo quel giorno ho capito che quello voleva essere un premio ai nostri sacrifici che fino a quel momento avevamo fatto, e non era un caso che tutto ciò fosse avvenuto proprio a metà del nostro cammino.
Era il buon Gesù che, scrivendo dritto sulle righe storte, ci stava aiutando ad arrivare a Santiago dandoci finalmente un letto decente dove dormire e qualche ora di sonno in più il mattino seguente. Lì ho avuto la certezza che saremmo giunti a Santiago.
Andrea


























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